Il latte appena munto o latte crudo è considerato simbolo stesso di genuinità, ma –come i casi di cronaca ci confermano periodicamente- nasconde potenziali gravi insidie, se si ignorano le indicazioni per un consumo sicuro.
Il pericolo più grave, per bambini piccoli e per le persone più fragili, è la contaminazione di batteri pericolosi (Escherichia coli produttori di Shiga-tossina o Stec), causa di gravi infezioni intestinali, e la sindrome emolitico-uremica (SEU) di cui è stato vittima il piccolo Mattia (in foto), morto a 13 anni dopo 9 anni di coma per aver mangiato formaggio a latte crudo, quando di anni ne aveva solo 4.
Per evitare problemi, servono: la chiarezza dell’etichetta del prodotto che stiamo per acquistare o mangiare (deve essere chiaro se è ‘fatto con latte crudo’), l’obbligo di consumare latte crudo venduto sfuso SOLO DOPO AVERLO BOLLITO, e la raccomandazione ad evitare il consumo sia di latte non pastorizzato, che di derivati (burro, formaggi) ai bambini sotto i 5 anni, agli anziani, alle donne in gravidanza, agli immunodepressi.
Di recente in alcune realtà turistiche si somministra ”latte alla spina”, appuna munto dalla mucca, in un apparente ritorno alla natura selvaggia che fu: ma questo è rischioso, perchè il latte va sempre bollito prima di essere consumato; di certo, si perde qualcosa – con la bollitura- in termini di patrimonio vitaminico, ma si guadagna tantissimo in sicurezza: la perdita è realmente molto contenuta e, in un’ottica rischio-beneficio, vale molto di più la sicurezza rispetto al pericolo di infezioni batteriche, che possono risultare anche gravi.
Come ci dimostra, tragicamente, la drammatica sorte del piccolo Mattia.
A proposito, la foto e la Sua storia non sono usate per fare like, ma perchè il papà ha combattuto per anni una battaglia sull’argomento, visto quanto accaduto al piccolo.
Dopo i funerali, la famiglia ha annunciato che proseguirà la battaglia legale e l’impegno per introdurre l’etichettatura obbligatoria sui rischi dei prodotti a latte non pastorizzato: perchè non è obbligatorio, ad oggi, farlo.
Fonte di parte del testo: Ministero Salute